Francesca Pari 2021

Studio di iconografia

Bet'el

di Francesca Pari

Santi Giorgio di Lydda e Caterina d'Alessandria

Santi

Queste icone, per desiderio del committente, sono state concepite pur separatamente come una composizione armonica, la quale costituisce un unicum in quanto frutto dello studio e sintesi della ricca tradizione iconografica di entrambi questi santi.
Il culto di san Giorgio (IV secolo) è antichissimo, diffusissimo e continuo, e la sua tomba a Lydda, in Palestina, meta di frequenti pellegrinaggi fin dal IV secolo. Ci sono pervenute diverse Passioni, secondo le quali Giorgio era figlio del persiano Geronzio e della cappadoce Policronia, residenti in Palestina. Educato cristianamente, Giorgio intraprese la carriera militare. Come legionario romano, giunse nella città di Silene dove un drago uccideva quanti gli si avvicinavano. I cittadini tentavano di ammansirlo dandogli in cibo due pecore al giorno ma non essendo rimaste più pecore, gli diedero una pecora e un uomo, il cui nome era estratto a sorte. Toccò alla figlia del re, che non poté evitare il verdetto e si avviò verso il drago. San Giorgio che passava di lì, promise aiuto in nome di Cristo. Fu un angelo a consegnargli un vessillo bianco e crociato: il drago fu sconfitto e venne portato in città legato. San Giorgio annunciò di essere stato inviato a salvarli perché si convertissero. Tutti furono battezzati, e il drago fu ucciso. Il re fece costruire una grande chiesa, dal cui altare sgorgò una fonte che guariva ogni male.
Nella figura del cavaliere che lotta per difendere la fanciulla dal drago possiamo vedere simbolicamente Cristo stesso che difende la Chiesa e l’Ortodossia dal pericolo delle eresie. Successivamente, durante la persecuzione di Diocleziano, san Giorgio, lasciati gli abiti militari, distribuì i suoi beni ai poveri e si professò apertamente cristiano, rifiutando di sacrificare agli dèi davanti all’imperatore. Imprigionato, subì e superò miracolosamente terribili supplizi, e fu infine decapitato morendo martire nel 303.
La popolarità di questo santo è testimoniata anche dal ricco repertorio iconografico che lo rappresenta principalmente a cavallo mentre libera la principessa dal drago.
Ma è raffigurato anche in trono o al centro di icone con episodi tratti dalla sua vita. La tradizione lo raffigura sempre come un bel giovane imberbe, dalla ricca capigliatura ricciuta, la corona sulla testa. Le sue vesti e gli attributi sono quelli tipici del militare romano: tunica corta e calzari, clamide rossa, armatura e scudo, nelle mani la lancia e/o la spada con le quali uccise il drago.

Caterina d’Alessandria (III secolo), venerata come vergine e martire, proveniente da nobile famiglia pagana, una volta convertitasi al cristianesimo, rifiutò di sacrificare agli dei. Dopo aver subìto diversi supplizi, tra cui quello con la ruota uncinata, morì decapitata; dal suo collo, secondo la tradizione, sgorgò latte anziché sangue. Prima di morire, giovanissima all’età di diciotto anni, convertì numerose persone con la sua testimonianza di fede e la sapienza con la quale seppe controbattere i filosofi pagani ingaggiati dall’imperatore Massenzio, o più probabilmente Massimino Daia. Tra i convertiti: i suoi stessi carnefici, i soldati e la moglie dell’imperatore.
Secondo la tradizione, il suo corpo fu trasportato dagli angeli sul monte Sinai il 25 novembre 305, ma più probabilmente questo avvenne nel VII secolo, al tempo delle invasioni arabe. Ciò spiegherebbe il culto di Caterina in Occidente che si diffuse nell’VIII secolo, al quale contribuì, più che il sepolcro miracoloso, la conoscenza dei testi agiografici, soprattutto nel periodo delle Crociate (X secolo). Grande impulso al suo culto avvenne da parte dei benedettini cluniacensi, nei due aspetti dell’infanzia spirituale e dello sposalizio mistico. Per la sua sapienza, Caterina è patrona di teologi e filosofi.
Nell’iconografia, è vestita come una nobile. I suoi attributi tipici sono la ruota, strumento del martirio; la spada, con la quale fu decapitata; la corona, simbolo di regalità e nobiltà; il libro per la saggezza; la palma per il martirio.